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Il blocco dei licenziamenti: una medaglia a due facce

È di inizio giugno l’avvertimento dell’Unione Europea all’Italia sulla dibattuta legge che ha comportato il blocco dei licenziamenti. La stessa ha sottolineato nelle raccomandazioni di primavera della Commissione Europa che “Politiche come il divieto generale di licenziamento (“blocco dei licenziamenti”) tendono a influenzare la composizione, ma non la portata dell’aggiustamento del mercato del lavoro. L’Italia è l’unico Stato membro che ha introdotto un divieto assoluto di licenziamenti all’inizio della crisi Covid-19. […] In pratica questa misura avvantaggia per lo più i lavoratori con contratto a tempo indeterminato, a scapito di quelli a tempo determinato e degli stagionali. […] Il divieto di licenziamento potrebbe addirittura rivelarsi controproducente, più a lungo resta in vigore, poiché ostacola il necessario adeguamento della forza lavoro alle esigenze aziendali”[1].

La questione è dibattuta e fa storcere il naso a chi invece ha visto la norma come tutela di licenziamenti massivi che in alternativa sarebbero nati dalla lunga e inaspettata crisi Covid.

Ma è davvero così?

La crisi Covid e le misure adottate dai vari governi hanno portato ad un aumento del debito pubblico di 20 punti percentuale in meno di un anno.

Si stima che quasi un milione di posti di lavoro sia andato perso e decine di migliaia di imprese siano ridotte sul lastrico.

Mentre i sindacati prospettano una scadenza della norma al 31 ottobre, dal governo arrivano voci di interventi selettivi, prorogando la norma solo per i settori più in crisi.

In sostanza fra la formula scelta dal governo, che apre ai licenziamenti da luglio, e la richiesta dei rappresentanti dei lavoratori, la soluzione potrebbe essere quella di un prolungamento per le filiere più in crisi – come il tessile e il calzaturiero – con uno sblocco invece per quelle in ripresa.

Il problema più grosso derivato da questa norma è stato l’aumento esponenziale delle persone cosiddette “inattive”: se non ci sono speranze di trovare un lavoro, nessuno lo cerca.

Il blocco ha indotto le aziende a non assumere, non potendo dare seguito al naturale turnover: le attivazioni di contratti sono crollate. Nei primi quattro mesi del 2021 erano allo stesso livello dell’anno precedente, ovvero poco più di 1,4 milioni, pari a 700 mila in meno rispetto al 2019.

Il blocco dei licenziamenti alla fine non è stata la panacea: è servito a limitare – rimandare – la perdita di posti di lavoro tra gli occupati maggiormente garantiti (quelli a tempo indeterminato), ma la verità è che le aziende hanno utilizzato lo strumento della non riconferma del tempo determinato: le cessazioni causate da queste motivazioni sono state le più numerose in generale, pari a 1,7 milioni.

La speranza è che accanto ai licenziamenti ripartano anche le assunzioni e che vengano attuate azioni come, ad esempio, le trasformazioni da tempo determinato a indeterminato.

In più, tutte quelle aziende “zombie”, ossia non più in grado di sostenersi nel mercato, andranno finalmente alla loro naturale fine, permettendo di liberare spazio a nuove idee e attività, che dovranno però essere sostenute con aiuti e sovvenzioni e dovranno essere incentivate nelle assunzioni.

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[1] https://www.fippa.it/wp-content/uploads/2021/06/8_en_autre_document_travail_service_part1_v3.pdf

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